Judy: the show must go on

Il talento sarebbe un aspetto fondamentale per un artista, anche se non tutti ne sono dotati: non è solo una questione di abilità e predisposizione verso qualcosa, ma anche la naturalezza con cui ci si approccia ad essa. È qualcosa di difficile da inquadrare e descrivere, quasi impalpabile, soprattutto se si parla di performance. Certo, lo studio, l’esercizio e l’impegno sono necessari, ma il talento talvolta prescinde dalla tecnica e il carisma travalica l’esecuzione meccanica. Questo film tende a mostrarlo molto bene e, come spesso succede quando si decide di ritrarre la vita di un artista, le varie parabole di ascesa e discesa hanno come comune denominatore proprio il concetto di talento. Nonostante le vite di molti artisti del passato siano state caratterizzate da fallimenti, drammi e dipendenze di vario tipo, quello che li ha distinti e li ha fatti emerge rispetto ad altri è proprio quel quid, che non si apprende, ma che è già lì, presente dalla nascita e destinato ad esplodere in modo manifesto.

Uno di questi artisti è proprio la nostra protagonista, prima fragile bambina lanciata sul palcoscenico con spregiudicatezza, poi diva del cinema e interprete di grande successo: Judy Garland, classe 1922, nata nel Minnesota, approdata nel mondo del cinema grazie a un talent scout della Metro-Goldwyn-Mayer e consacrata per sempre a stella hollywoodiana grazie al successo di pubblico e critica dell’intramontabile Il mago di Oz (Victor Fleming, 1939). Judy, diretto da Rupert Goold (pluripremiato per le sue regie teatrali), non si concentra però sugli anni del successo, bensì sugli ultimi mesi di attività della Garland nell’anno 1968. In lotta con l’ex marito (uno dei tanti) per la custodia dei figli, senza risorse economiche né una dimora stabile, la Garland si trova costretta ad accettare una proposta lavorativa da parte di un teatro londinese chiamato “Talk of the Town”. Riluttante e in preda a uno stato psicofisico sfavorevole, l’attrice dimostra fin da subito ai suoi collaboratori la sua inaffidabilità rifiutandosi di effettuare le prove dello spettacolo: Judy infatti è divorata dall’ansia di esibirsi, impaurita dall’idea di non piacere al pubblico, schiava di medicinali di vario genere e dipendente dall’alcol. Questo aspetto viene rimarcato più volte nel corso del film in modo più o meno efficace (talvolta in maniera ripetitiva) e viene ricondotto alla sua infanzia e adolescenza, attraverso l’uso di alcuni flashback che portano l’azione al tempo della lavorazione de Il mago di Oz, uno dei periodi durante il quale Judy subisce pressioni psicologiche dal produttore Louis B. Mayer. Imbottita di farmaci per diminuirle l’appetito, per tenerla sveglia o farla dormire, la giovane Judy viene mostrata come succube di un sistematico sfruttamento della sua persona e della sua arte. Carica di responsabilità e circondata da adulti, l’adolescente non riesce a ribellarsi alle pressioni della casa di produzione e agli stressanti ritmi lavorativi, tanto da finire in una spirale di dipendenza che la condizionerà per tutta la vita. La Judy adulta ripete più volte di aver rinunciato alla sua infanzia e di aver dedicato tutto il suo tempo e la sua energia al mondo del cinema e della musica, tanto da non aver avuto spazio per altri interessi.

L’aspetto tragico della vita della Garland, che rimane senz’altro primario in questa opera, si attenua nelle scene in cui si esibisce in teatro. Quando è sul palco ed è padrona di se stessa, si trasforma, dà tutta l’anima. La sua fragilità diventa uno strumento per trasmettere pathos e la sua energia “ribelle” dona carattere alle sue interpretazioni. Come tutti gli artisti si alimenta con il calore del pubblico, talvolta spietato, ma inevitabilmente coinvolto dal suo carisma. La maggior parte degli artisti hanno la nomea di avere un carattere impossibile da gestire e non è da meno la Garland, che durante la sua esperienza lavorativa a Londra viene controllata a vista da Rosalyn Wilder, assistente di Bernard Delfont (interpretato da Michael Gambon), proprietario del “Talk of the Town”. Il rapporto tra le due parte con l’essere professionale, ma è destinato ad assumere un’importanza maggiore nel corso della vicenda, dando spazio a reciproca stima e fiducia. Lo stesso non si può dire per i rapporti fallimentari che la Garland ha sperimentato in ambito sentimentale, nello specifico quello con l’ex marito Sid Luft e quello con Michey Deans, conosciuto per caso a una festa hollywoodiana, uomo più giovane di lei, spensierato e pieno di energia sul quale Judy riversa molte speranze fidandosi delle sue proposte professionali e delle sue promesse sentimentali.

Sono molte le sfere emotive con cui Renée Zellweger ha dovuto misurarsi. I produttori del film sostengono che la scelta della Zellweger è stata più che naturale, perché rappresenta una delle poche attrici in grado di recitare, ballare e cantare. Ne aveva già dato prova in Chicago (Rob Marshall, 2002), ma l’allenamento per interpretare la Garland è stato senz’altro molto impegnativo. L’attrice ha dovuto infatti lavorare sull’accento, il tono della voce e il famoso e particolare registro da contralto della Garland. Anche la mimica facciale è stata ben riprodotta, soprattutto lo sguardo e il modo di muoversi sul palco, di tenere le spalle, con la schiena incurvata che appesantiva la Garland di molti più anni di quelli che realmente aveva. Renée Zellweger, coadiuvata da lenti a contatto e da una protesi dentale ben visibile fin dalle primissime scene, ha potuto contare anche su un buon uso del trucco e dell’hair style, oltre alla preziosa ricostruzione storica ad opera della costumista Jany Temine. Gli abiti, tutti originali, sono stati creati basandosi sulla numerosa documentazione fotografica e i filmati a disposizione.

Valutato nel complesso, il film merita di essere visto più che altro per l’interpretazione di Renée Zellweger. Se la sceneggiatura (basata sull’opera teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter) ha il pregio di soffermarsi solo su un periodo limitato della sua vita, e il suo intento è quello di mostrare il lato umano della diva, approfondendone gli aspetti più intimi, il suo essere madre, moglie e donna in un mondo gestito da uomini, la regia appare debole, direi impercettibile, nel senso negativo del termine.

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