Parasite: tra opportunismo e spirito di sopravvivenza

Parasite è quel genere di film che non lascia indifferenti e che solitamente “spacca” il pubblico in due diverse fazioni: coloro che lo hanno amato e coloro che lo hanno disprezzato. In questo caso confesso di essermi schierata dalla parte delle prima categoria. L’ultima opera del regista sudcoreano Bong Joon-ho ha molti pregi e quasi nessun difetto, anche se quando guardiamo un film, a mio parere, non dobbiamo schematicamente analizzarne tutti gli aspetti, ma affidarci anche alle emozioni che questo ci muove. Reduce dal successo guadagnato all’ultimo Festival di Cannes, dove si è aggiudicato la Palma d’Oro, Parasite sta ricevendo un buon riscontro anche dal pubblico, nonostante la ridotta distribuzione sul territorio nazionale.

Uno dei pregi sopra citati è senz’altro la sceneggiatura che riesce ad essere l’esempio di come l’originalità e i colpi di scena non debbano necessariamente portare a confondere lo spettatore, mettendolo nella condizione di compiere salti mortali per comprendere la vicenda. La sua naturalezza e il perfetto susseguirsi delle scene danno vita a una narrazione di stile classico, senza però rinunciare a un tocco contemporaneo e uno sguardo critico nei confronti dell’attualità. Il film mescola più generi: quello predominante è senza dubbio il thriller anche se l’incipit ha i toni della commedia, per poi terminare con passaggi dal sapore horror. Questa maestria nei confronti dello snodo del plot non ci stupisce se si pensa che Bong Joon-ho ha mosso i primi passi nel mondo del cinema proprio come sceneggiatore. Qui desidero riportare solo parte della vicenda in quanto, come detto, i colpi di scena non mancano e non voglio rovinare le sorprese.

La famiglia Kim, composta da quattro persone (il padre Ki-teak, la madre Chung-sook, il figlio Ki-woo e figlia Ki-jung) vive di espedienti essendo interamente disoccupata. Ki-woo incontra un suo vecchio amico di studi che gli chiede di sostituirlo come insegnante d’inglese mentre sarà all’estero. Fingendosi laureato in una prestigiosa università, Ki-woo viene assunto dalla famiglia Park per dare lezioni alla figlia adolescente con cui intreccia subito una relazione amorosa. La madre della ragazza, che sottopone Ki-woo a un colloquio, appare fin dall’inizio estremamente ingenua e del tutto assorta nel suo mondo, tanto da non accorgersi della manipolazione a cui è soggetta. Pian piano, ciascun membro della famiglia Kim trova un’occupazione al servizio dei Park, mentendo sulla propria identità: nessuno infatti rivela di essere parente dell’altro. La sorella viene assunta come esperta d’arte e insegnante per il piccolo e problematico figlio minore, Ki-teak trova lavoro come autista, la madre come domestica, facendo licenziare la precedente colf con una macchinazione degna di professionisti della truffa. Il progressivo insinuarsi della famiglia Kim nella dimora e nella vita dei Park offre l’occasione per riflettere sui molteplici aspetti della disonestà, dello spirito di sopravvivenza e dello sfruttamento, che alla fine della vicenda assume caratteristiche ambivalenti, ovvero sono solo i Kim ad apparire come parassiti? Allo spettatore il compito di scoprirlo.

Le due famiglie sono esponenti di due mondi diametralmente opposti e questa differenza viene espressa anche con la messinscena. Le due abitazioni, ovviamente collocate in due diverse zone della città, hanno caratteristiche antitetiche. La casa dei Kim è un seminterrato, stretto, angusto, con finestre piccolissime e costipato di oggetti. La villa dei Park, progettata da un famoso architetto coreano (originario proprietario) è al contrario enorme, lussuosa, minimalista, ordinata, luminosa, con un’intera parete composta da vetrate che si affacciano sul giardino (che assumerà un valore primario nel corso del film). Le abitazioni hanno un ruolo chiave all’interno della narrazione ed appaiono assai emblematiche: a seconda del livello spaziale nel quale si trovano rispecchiano il ceto sociale della famiglia e le rispettive condizioni psicologiche.

A sottolineare i vari livelli spaziali ci pensano ovviamente le scale: la salita dei personaggi implica il miglioramento del loro stato, mentre la discesa ne determina la rovina, fino al drammatico comparire del bunker. Da sempre un personaggio che scende le scale attiva un’inevitabile tensione emotiva nello spettatore, perché lo pone di fronte all’ignoto. Il percorso che per caso i membri della famiglia Kim compiono verso un territorio inesplorato (quello dell’inatteso bunker) li porta al contatto con una situazione ancor più tragica della loro, per cui la risalita diventa ulteriormente ardua. Un’altra scelta esteticamente interessante da sottolineare appare la posizione che i personaggi assumono all’interno dei quadri. La famiglia Kim, anche per le caratteristiche già descritte della casa, si muove in spazi ristretti, mostrandosi accovacciata e di frequente in posizioni orizzontali perché spesso costretta a nascondersi al buio oppure sotto a tavoli, da qui l’analogia con degli insetti striscianti, dei parassiti, che si nascondono appena si accende la luce e tornano ad occupare la loro tana.

Anche la fotografia, di livello eccelso, ma mai manieristico, descrive la disparità tra le due famiglie e i rispettivi ambienti. La luce naturale che invade la villa dei Park attraverso l’enorme vetrata è in contrasto con quella artificiale della modesta abitazione dei Kim.

Il contrasto tra le due famiglie, che viene ribadito sia in termini narrativi che formali, diventa il pretesto per intraprendere una riflessione sulla sempre maggiore disparità sociale ed economica presente nella società attuale, non solo quella sudcoreana, ma quella mondiale. Questa non è l’unica valutazione sociale proposta dal film, ma si può ravvisare anche una certa ironia nei confronti della critica nel mondo dell’arte (da leggere per estensione anche come una stoccata alla critica cinematografica) di cui è bersaglio la famiglia Park.

Attraverso la descrizione della Signora Park e delle sue nevrosi, possiamo notare una disapprovazione nei confronti di certi intellettualismi borghesi, come “l’arte terapia” riservata a un bimbo piccolo che solo una famiglia altolocata potrebbe permettersi di intraprendere.

Nonostante questo, il regista non intende schierarsi dalla parte di una famiglia, piuttosto che dall’altra. Oltretutto ogni personaggio, caratterizzato in modo realistico nonostante la vicenda eccezionale, ha in sé sia elementi di pregio che di imperfezione. Perfino la Signora Park, che di primo acchito può richiamare tutta la simpatia del pubblico, possiede degli aspetti oscuri: desidera elevare la sua istruzione al pari del suo status sociale, contornandosi di intellettuali che abbiano qualcosa da insegnare ai suoi figli e che possano scoprire in loro talenti che lei stessa sognerebbe di avere. Confonde la conoscenza con la serietà e l’onestà, si lascia ingannare dalle apparenze perché è talmente piena di paure, da vivere in uno stato di perenne incoscienza e incapacità di giudizio. La famiglia Kim la considera “buona” (testuali parole), ma il regista la mostra come ingenua, superficiale e incapace all’azione. All’opposto si schierano le donne della famiglia Kim, determinate e battagliere, inquietanti manipolatrici. Ma queste caratteristiche non sarebbero così chiaramente visibili se non fosse per l’eccellente cast che il film propone. Ogni attore incarna il proprio ruolo alla perfezione, senza mai eccedere, nonostante la drammaticità dei fatti narrati. La recitazione, la sceneggiatura e la messinscena danno vita a una pellicola potente, caratterizzata da un inaspettato climax destinato a lasciare senz’altro il segno. Vedremo come se la caverà agli Oscar 2020, essendo tra i candidati nella categoria “Miglior film straniero”.

 

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