Racconto di una serata di cultura, cioè di normalità. Ritorno al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, tempio dell’arte di una città intera

La prima volta che sono stata a teatro non avevo ancora compiuto otto anni. Lo spettacolo in programma era La Tosca di Giacomo Puccini (1899) allestito durante il festival Pucciniano di Torre del Lago. Sia per la giovane età, sia per il tipo di spettacolo, considero tutt’oggi questa prima esperienza piuttosto fuori dal comune. Per chi come me è stato abituato fin da piccolo a questo genere di “attività ricreativa”, non poter frequentare i teatri per più di un anno ha rappresentato una privazione non da poco. Inutile dire che le priorità sono state, e sono tutt’ora, altre e il pensiero di potersi svagare anche solo per poche ore è passato in secondo piano, soprattutto rispetto a privazioni di ben altro peso, come quelle economiche o come la scarsa frequentazione che la maggior parte di noi ha avuto con i propri affetti. L’occasione del ritorno al teatro, progettata con anticipo vista la grande richiesta che c’è stata da parte del pubblico, è stata più che speciale, proprio perché ha unito in sé sia il desiderio di riprovare le stesse emozioni che si provano durante uno spettacolo dal vivo, sia perché è stata l’opportunità per viverle con mio padre e mio nipote.

Si tratta di tre generazioni diverse tra loro, ma unite dalla passione per la musica.

Io sono decisamente meno esperta di mio padre, un cultore della lirica che ha avuto la fortuna e il piacere di vedere e ascoltare le esibizioni dei più grandi cantanti lirici e direttori d’orchestra di tutti i tempi. Ma lo sono anche rispetto a mio nipote, giovane musicista che sogna di trasformare la sua passione in un lavoro. In effetti questo tipo di interessi si trasmettono di padre in figlio e sono a grata proprio a mio padre per avermi portata a teatro fin da giovanissima, potendo così ‘vantarmi’ (senza merito) di aver collezionato la visione di moltissimi titoli di opere liriche, che spaziano dalla tetralogia wagneriana alle più celebri opere verdiane e pucciniane fino a Il Cappello di paglia di Firenze (Nino Rota, 1955), quasi tutte allestite al Maggio Musicale Fiorentino.

Il recarsi al teatro è stato negli anni una sorta di rito, scandito da gesti piccoli e grandi che si sono ripetuti con scrupolosa religiosità e devo dire in tutta sincerità che le misure di contenimento per il Covid-19, come ad esempio i posti distanziati e l’uso delle mascherine, non hanno raffreddato l’atmosfera. Tutt’altro. In sala si percepiva il palese desiderio che il pubblico aveva di tornare ad assaporare i propri piaceri, per di più condividendoli con accompagnatori conosciuti o ‘vicini’ sconosciuti. Il programma prevedeva l’esecuzione del Concerto in re minore per pianoforte e orchestra op. 15 e la Sinfonia n. 1 in do minore op. 68 entrambi composti da Johannes Brahms. Sul podio il direttore Zubin Mehta e al pianoforte Daniil Trifonov. Qui non mi soffermo nell’analizzare l’esecuzione dei brani sia perché non ne ho le competenze tecniche sia perché non è il mio scopo. Quello che desidero riferire e condividere sono le emozioni provate.

Se i film devono essere visti il più possibile al cinema, a maggior ragione uno spettacolo del genere non può esistere senza spettatori in sala

Sono stati registrati tanti concerti nell’ultimo anno e mezzo con il proposito di essere trasmessi in televisione o diffusi su internet, e, sì, questo tipo di iniziativa ci ha aiutato a non rinunciare del tutto all’ascolto e la visione di spettacoli di varia natura, ma non è possibile mettere a paragone questi due tipi di fruizione. Lo spettacolo per sua natura deve essere svolto dal vivo deve prevedere una visione e un ascolto istantaneo. Dopo più di un anno di assenza dal teatro, le aspettative di tutti noi erano alte e non sono state disattese. La paura che si può provare nel ritornare in una sala con una capienza del genere (il teatro del Maggio Musicale Fiorentino quella sera era al completo) ha ceduto lo spazio al desiderio di lasciarsi andare, rilassarsi e non pensare ad altro che a ciò che si ha di fronte. La musica, per me, resta la forma d’arte più immediata che sia stata creata dall’uomo. Il coinvolgimento è repentino e ti pervade in maniera viscerale, come nessun’altra forma d’arte riesce a fare, nemmeno il mio amato cinema.

Quello che mi rimane dopo una serata di questo tipo non è un semplice ricordo, ma una serie di esperienze che abbracciano più sensi, oltre l’innegabile ammirazione per tutti i professionisti che rendono possibile lo svolgimento di uno spettacolo (che sia musicale o di prosa) grazie alla dedizione, lo studio, la passione e i sacrifici compiuti nel corso degli anni per fare godere noi spettatori di questa inspiegabile magia. Il ritorno al teatro è un esempio tangibile e sublime di ritorno alla vita. Speriamo di non doverne fare di nuovo a meno.